E non sarà stata proprio tale sospensione critica
a farci comprendere la sua giusta necessità?
Subito fu deciso che nel gruppo dell’AUA fosse
Manfredo ad assumere il compito di inquadrare
storicamente i casi da affrontare, rivelandone gli
intrecci storici che ne stavano alla base. Tale fu il
caso che contribuì decisamente a qualificarci
come esperti di storia urbana.
Decisivo fu il ruolo di Manfredo in occasione del
Convegno su villa Savoia, che aprì la serie dei
lavori sulle grandi ville storiche romane e che per
l’occasione mostrò la nostra capacità di risolvere
la complessità del caso dovuta alla sua
appartenenza fondiaria alla Casa reale.
Il Convegno fu organizzato da Italia Nostra,
Presidente il notaio Staderini, presenti e attivi in
essa Mario Manieri Elia e Italo Insolera, con Tafuri
e Quilici incaricati di presentare il caso e di
elaborarne un piano particolareggiato.
Agli inizi ci fu anche attribuito il compito di
impegnarci in operazioni di urbanistica spaziale
e territoriale, come quella del Piano Regolatore
di Roseto degli Abruzzi in cui sarebbe stata
necessaria l’attenzione al tema dell’infrastruttura
autostradale, da posizionare lungo il territorio
costiero adriatico.
Mentre il gruppo si dedicava alla sistemazione
spaziale alla grande scala, la partecipazione di
Manfredo si concentrò essenzialmente nella sua
presenza accanto al tavolo di lavoro del gruppo,
pronto in ogni passaggio progettuale ad
avanzare proposte spaziali. Una presenza,
dunque, la sua, dotata di prestigio culturale e
“politico”, ma sempre pronta a collaborare nelle
scelte formali del progetto.
Discorso a parte richiede l’amicizia e il rapporto
che si era creato con me anche dopo il suo
insediamento nella sede di Venezia. A tal fine
occorre prendere in esame l’aspetto centrale di
una ricerca sulle Avanguardie che riguardava
l’origine dei nostri comuni interessi nel campo
specifico della Modernità: ciò che nel tempo
sarebbe poi maturato nel mio interesse per il
Costruttivismo russo e per Manfredo nella
possibilità di fondare nella sua sede veneziana
un centro di ricerca storica riconosciuto
internazionalmente.
Ancora agli inizi della nostra organizzazione ci fu anche un incarico fortemente connotato da temi
di progettazione spaziale, quello relativo alla
sistemazione architettonica della Rocca storica di
Fano5, per la quale si rendevano necessarie
invenzioni che dessero seguito alla creazione di
una nuova unità architettonico-spaziale
dell’insieme.
La partecipazione di Manfredo in tale occasione
si limitò ancora alla sua presenza fisica e
simbolica nel gruppo iniziale di progettazione,
che si tradusse nei suoi preziosi commenti critici
sull’evoluzione delle forme nel progetto. Ciò che
costituiva la maggiore importanza del suo
contributo non si rivelava subito e direttamente
in appoggio a uno o a un altro degli aspetti del
progetto, ma rimaneva sempre associata alla
funzione dialettica della sua presenza, che
andava ad aggiungersi alle scelte che, grazie alla
discussione del gruppo, più esplicitamente si
riferivano alle forme del progetto così come si
stavano configurando.
La sua fama, dunque, non costituiva
esclusivamente un motivo di prestigio, suo e per
la sua sede accademica. Per me, poi, in
particolare, si trattava di una sorta di
sdoppiamento di interesse nella ricerca, per
analogia di pensiero critico di ambedue i
soggetti.
Occorre anche tener presente che il nostro
rapporto, anche dopo il raggiungimento del suo
ruolo di Direttore di tale Centro, non si tradusse
conseguentemente nel distacco materiale dalla
sede romana dello studio di piazza dei
Caprettari, che ospitava ormai solo me e ogni
fine settimana anche Manfredo. Potevano così
non interrompersi i buoni rapporti con il gruppo
d’origine, permettendo un nostro continuo
confrontarci.