Una delle opere più rilevanti del rapporto tra
architettura moderna e contesto storico è
l’intervento della Casa alle Zattere (1954-1958) a
Venezia di Ignazio Gardella.
«Quando ho avuto l’incarico da Cicogna di fare
questa casa a Venezia, sul canale della
Giudecca, in faccia al Palladio, ho avuto paura
perché mi sembrava molto difficile riuscire a
costruire qualsiasi cosa dentro Venezia.
Specialmente un condominio, che in sé è un
tema povero. E poi erano appena finite le
polemiche sul progetto del Masieri Memorial di
Wright. Ho lavorato su molte idee, anche
confusamente, e mi sembravano tutte senza
carattere. Non riuscivo a capire quale fosse il
vero problema. Ho girato molto per Venezia.
Tutte le settimane quando andavo là per la
scuola facevo lunghe passeggiate nella città,
non per andare a vedere i monumenti, ma più
che altro per assorbire il carattere, la venezianità
di Venezia. Il progetto è nato da queste
passeggiate».
Le parole del progettista esprimono il vero
dilemma di ogni architetto invitato a confrontarsi
con il tema delicato e attualissimo di costruire
nel tessuto stratificato di una città storica, in
questo caso Venezia, senza tradire l’identità del
luogo e senza cedere a una sterile imitazione del
passato.
Fin dall’inizio Gardella vuole inserire il nuovo
edificio nella continuità del tessuto veneziano,
sente che la strada corretta è operare
un’assimilazione dei caratteri di Venezia e non
una semplice imitazione, avvia un processo
personale in cui dimenticare le regole della
composizione per poter integrare il linguaggio
moderno tra le pagine già scritte della Storia. In
questa tensione, tra moderno e Storia, si gioca
l’essenza del progetto: la capacità di costruire
un’architettura in dialogo con il luogo, che
rispetti proporzioni, monumentalità, memoria e
che non tradisca ciò che ci si aspetta
dall’immagine stessa della città. Tutto ciò
restando profondamente contemporanei.
La modernità della Casa alle Zattere è silenziosa,
percorrendo il fronte lungo le Fondamenta delle
Zattere possiamo percepirla come una pausa
che si inserisce nel tempo lungo della città. Non
si colloca pienamente all’interno del linguaggio
razionalista e non aderisce alla tradizione
veneziana: vive in una zona intermedia che
Gardella non cerca di risolvere, ma di abitare. È
in questa sospensione che si riconosce il suo
pensiero architettonico più profondo: abitare non
significa scegliere tra passato e presente, ma
trovare uno spazio in cui entrambi possano
convivere.
L’edificio di fronte al Canale della Giudecca,
quasi davanti al Redentore – la Basilica
progettata da Andrea Palladio – è in posizione
arretrata lungo le Fondamenta delle Zattere, che
segue con il suo andamento, piegandosi
leggermente. Il corpo compatto dell’edificio
arretra così da permettere di mantenere l’unità
visiva della chiesa cinquecentesca del Santo
Spirito e di leggere e comprendere la lesena
d’angolo dell’edificio.
Nel progetto si lavora sulla continuità basata su
differenze misurate: la negazione della
simmetria, il trattamento del piano nobile
utilizzato indistintamente per tutti i piani, le
irregolarità del prospetto, i balconi aggettanti.
Nella facciata le finestre non sono ripetute in
modo seriale, ma sono quasi appoggiate sul prospetto per definire gli affacci che sembrano
coppie, nelle moderne bifore, e solitudini, nelle
monofore, di vuoti. Il segno del lungo e continuo
balcone non disegna solo il profilo verso l’alto,
propone una variazione sul tema dell’attacco al
cielo e equilibra l’alto basamento bianco in pietra
d’Istria.
È un’architettura legata al vivere reale, una realtà
indagata anche da Iosif Brodskij che nei suoi
attraversamenti, senza apparente meta e
raccontati in Fondamenta degli Incurabili (1989),
cercava quei particolari (a cui spesso nessuno
faceva caso) che componevano l’essenza unica
della città non legata al mito della città Barocca
ma a un’Italia di provincia.
« […] certo è tra gli edifici che hanno quasi
simbolicamente segnato una svolta nella vicenda
dell’architettura del dopoguerra, rappresentando
un definitivo distacco dal convenzionalismo
dell’“architettura bianca”. La si è interpretata
come un tentativo di riprendere un carattere
segreto della città, di evocarne le atmosfere e il
senso. E certo, sia questo che altri edifici di
Gardella possiedono un “versante realistico”: li si
può considerare nella loro letteralità, badando
alle facciate e alle superfici, ai materiali e ai
dettagli; decifrano un volto e lo riprendono per
allusioni. Ma è importante accorgersi del fatto
che, pur senza dichiararlo, essi “convocano”
verso qualcos’altro; quelle allusioni servono ad
adescare per introdurre a un mondo differente.
Si rivelano tessere di un’interpretazione e
vengono ricomposte entro le linee di
A sinistra, il basamento
dell’edificio e il rapporto tra i
materiali.
Foto: Paolo Monti
A destra, foto di dettaglio del
disegno dei parapetti, tra
memoria e modernità.
Foto: Giorgio Casali, 1958 © Archivio
Gardella, CSAC Parma / Fondo Casali,
IUAV Venezia
un’invenzione ideologica. La Venezia della Casa
alle Zattere è una Venezia nient’affatto fedele e
corrispondente, ma altra e immaginata».
E ancora più chiare sono le parole di Aldo Rossi,
che sottolinea il rapporto culturale tra il film
Senso (1954) di Luchino Visconti e l’opera
veneziana di Gardella come segno di cesura e
come un cambio di rotta per l’architettura
italiana: «Queste due opere sono le prime che
traducono nel cinema e nell’architettura quel
momento di ricerca che aveva tanti “ismi”
(realismo, socialismo, carattere nazionale,
tradizione). […] Così in questa sua ricerca Ignazio
Gardella lascia dietro di sé le spoglie del
movimento moderno e ripropone un modo
diverso, o ripropone semplicemente
l’architettura».
Un progetto che apre una nuova strada per il
moderno e permette a Venezia di potersi
immaginare come luogo reale, abbandonando la
nostalgia dei fasti.