In uno dei primi giorni del suo secondo mandato
di presidenza, Donald Trump ha pensato di
dedicarsi a una questione di vitale importanza
nazionale: l’estetica degli edifici pubblici.
Con l’ordine esecutivo “Beautiful Federal Civic
Architecture”, ha stabilito che i nuovi edifici
federali dovranno rigorosamente ispirarsi al
neoclassicismo, perché, si sa, niente dice
“democrazia” come colonne greche e frontoni
marmorei. Secondo la direttiva, “gli edifici
pubblici federali dovrebbero essere visivamente
identificabili come edifici civili e rispettare il
patrimonio architettonico regionale, tradizionale
e classico, al fine di elevare e abbellire gli spazi
pubblici e nobilitare gli Stati Uniti”.
In altre parole, la Casa Bianca prescrive
d’autorità cosa sia bello in architettura,
ripudiando esplicitamente il contemporaneo in
favore di un ritorno al classicismo.
Il provvedimento, presentato come tutela del
decoro, rappresenta in realtà un inquietante
tentativo di imporre un’architettura di Stato.
Il tono è apparentemente patriottico ed elevato,
ma la sostanza è una regressione culturale: la
bellezza diventa obbligo di legge e l’architettura
uno strumento ideologico nelle mani del
governo. Certo, qualcuno dirà che la presidenza
Trump si è caratterizzata per ben altri temi caldi:
dazi, caccia ai clandestini, invasione della
Groenlandia, guerre culturali contro le università, tutte “colpevoli” di essere troppo liberali,
e l’immancabile ridefinizione dei generi. Ma per
chi come me pensa che il fare architettura abbia
sempre una forte dimensione politica anche il
“Beautiful Federal Civic Architecture” è una
questione cruciale.
Già nel suo primo mandato Trump aveva tentato
questa crociata estetica, con un ordine esecutivo
simile e un “Memorandum”, poi annullato da Biden nel
2021.
Nel 2025, evidentemente, il modernismo è
tornato ad essere il nemico pubblico numero
uno. Ed ecco servita la ricetta populista: è ora di
restituire il potere estetico “al popolo”,
naturalmente guidandolo verso
l’unico stile vero e sano: il classicismo. “È ora di
aggiornare le politiche che guidano l’architettura
federale per affrontare questi problemi e
garantire che gli architetti che progettano edifici
pubblici servano il loro cliente principale: il
popolo americano”. La ricetta per “un’architettura
pubblica bella” è indiscutibilmente una: il
classicismo. “I nuovi edifici federali dovrebbero,
come i monumenti storici più amati, abbellire gli
spazi pubblici, ispirare lo spirito umano,
nobilitare gli Stati Uniti e riscuotere il rispetto del
pubblico. Dovrebbero anche essere facilmente
riconoscibili come edifici civici e progettati con il
contributo delle comunità locali. L’architettura
classica e tradizionale, sia storicamente che nei
suoi sviluppi contemporanei, ha dimostrato di
soddisfare questi criteri e di rispondere ai
requisiti funzionali, tecnici e sostenibili di oggi.
Il suo utilizzo dovrebbe essere incoraggiato
anziché scoraggiato”.
Nel “Memorandum” spicca anche un prezioso
glossario: il brutalismo viene liquidato come
“aspetto massiccio” e “cemento a vista”,
il decostruttivismo è “disordine, frammentazione,
discontinuità, distorsione, geometria distorta e
un’apparente instabilità”, mentre l’architettura
tradizionale comprende tutti gli stili che evocano
un rassicurante passato mitologico.
Imporre per decreto un linguaggio architettonico
unico, un’architettura di stato, significa adottare le regole
dell’architettura autoritaria e rifiutare le anti-
regole liberatorie proprie di una società aperta.
Anche l’American Institute of Architects ha
espresso forte preoccupazione per l’ordine
trumpiano: l’interferenza governativa nel
progetto architettonico è un pericoloso passo
verso la censura estetica. Questi richiami al
classicismo più becero non possono quindi
essere considerati solo come innocui capricci
stilistici. Sono parte integrante della propaganda:
l’architettura diventa un manifesto di pietra
dell’ideologia dominante. Quando il potere
politico impone dall’alto canoni artistici
invariabili, il messaggio sotteso è sempre
autoritario: si privilegia l’uniformità conformista
contro la libertà sperimentale, l’adorazione di un
passato selezionato contro il dialogo con il
presente.
È significativo che proprio negli Stati Uniti, nel
lontano 1962, fosse stato affermato il principio
opposto: nei Principi guida per l’architettura
federale, redatti durante l’amministrazione
Kennedy, si dichiarava che l’architettura pubblica
doveva evitare stili ufficiali imposti e incoraggiare
invece la pluralità espressiva degli architetti e
delle comunità locali. Ribaltare oggi quel
principio per decreto significa allinearsi a una
mentalità da edilizia di regime. La lezione è
chiara: ogni volta che un governo detta dall’alto i
canoni estetici, la strada verso la
strumentalizzazione politica e la soppressione
del dissenso è già tracciata. Oggi come allora, è
necessario opporsi. L’architettura deve restare
un terreno di libertà, di dialogo e di invenzione,
non la triste caricatura di un passato idealizzato
e imposto per legge.