8 Novembre 2025

La “bellezza” imposta per decreto: l’architettura di Stato ai tempi di Donald Trump

dalla rubrica SPIGOLATURE a cura di Francesco Orofino

In uno dei primi giorni del suo secondo mandato di presidenza, Donald Trump ha pensato di dedicarsi a una questione di vitale importanza nazionale: l’estetica degli edifici pubblici. Con l’ordine esecutivo “Beautiful Federal Civic Architecture”, ha stabilito che i nuovi edifici federali dovranno rigorosamente ispirarsi al neoclassicismo, perché, si sa, niente dice “democrazia” come colonne greche e frontoni marmorei. Secondo la direttiva, “gli edifici pubblici federali dovrebbero essere visivamente identificabili come edifici civili e rispettare il patrimonio architettonico regionale, tradizionale e classico, al fine di elevare e abbellire gli spazi pubblici e nobilitare gli Stati Uniti”. In altre parole, la Casa Bianca prescrive d’autorità cosa sia bello in architettura, ripudiando esplicitamente il contemporaneo in favore di un ritorno al classicismo. Il provvedimento, presentato come tutela del decoro, rappresenta in realtà un inquietante tentativo di imporre un’architettura di Stato. Il tono è apparentemente patriottico ed elevato, ma la sostanza è una regressione culturale: la bellezza diventa obbligo di legge e l’architettura uno strumento ideologico nelle mani del governo. Certo, qualcuno dirà che la presidenza Trump si è caratterizzata per ben altri temi caldi: dazi, caccia ai clandestini, invasione della Groenlandia, guerre culturali contro le università, tutte “colpevoli” di essere troppo liberali, e l’immancabile ridefinizione dei generi. Ma per chi come me pensa che il fare architettura abbia sempre una forte dimensione politica anche il “Beautiful Federal Civic Architecture” è una questione cruciale. Già nel suo primo mandato Trump aveva tentato questa crociata estetica, con un ordine esecutivo simile e un “Memorandum”, poi annullato da Biden nel 2021. Nel 2025, evidentemente, il modernismo è tornato ad essere il nemico pubblico numero uno. Ed ecco servita la ricetta populista: è ora di restituire il potere estetico “al popolo”, naturalmente guidandolo verso l’unico stile vero e sano: il classicismo. “È ora di aggiornare le politiche che guidano l’architettura federale per affrontare questi problemi e garantire che gli architetti che progettano edifici pubblici servano il loro cliente principale: il popolo americano”. La ricetta per “un’architettura pubblica bella” è indiscutibilmente una: il classicismo. “I nuovi edifici federali dovrebbero, come i monumenti storici più amati, abbellire gli spazi pubblici, ispirare lo spirito umano, nobilitare gli Stati Uniti e riscuotere il rispetto del pubblico. Dovrebbero anche essere facilmente riconoscibili come edifici civici e progettati con il contributo delle comunità locali. L’architettura classica e tradizionale, sia storicamente che nei suoi sviluppi contemporanei, ha dimostrato di soddisfare questi criteri e di rispondere ai requisiti funzionali, tecnici e sostenibili di oggi. Il suo utilizzo dovrebbe essere incoraggiato anziché scoraggiato”. Nel “Memorandum” spicca anche un prezioso glossario: il brutalismo viene liquidato come “aspetto massiccio” e “cemento a vista”, il decostruttivismo è “disordine, frammentazione, discontinuità, distorsione, geometria distorta e un’apparente instabilità”, mentre l’architettura tradizionale comprende tutti gli stili che evocano un rassicurante passato mitologico. Imporre per decreto un linguaggio architettonico unico, un’architettura di stato, significa adottare le regole dell’architettura autoritaria e rifiutare le anti- regole liberatorie proprie di una società aperta. Anche l’American Institute of Architects ha espresso forte preoccupazione per l’ordine trumpiano: l’interferenza governativa nel progetto architettonico è un pericoloso passo verso la censura estetica. Questi richiami al classicismo più becero non possono quindi essere considerati solo come innocui capricci stilistici. Sono parte integrante della propaganda: l’architettura diventa un manifesto di pietra dell’ideologia dominante. Quando il potere politico impone dall’alto canoni artistici invariabili, il messaggio sotteso è sempre autoritario: si privilegia l’uniformità conformista contro la libertà sperimentale, l’adorazione di un passato selezionato contro il dialogo con il presente. È significativo che proprio negli Stati Uniti, nel lontano 1962, fosse stato affermato il principio opposto: nei Principi guida per l’architettura federale, redatti durante l’amministrazione Kennedy, si dichiarava che l’architettura pubblica doveva evitare stili ufficiali imposti e incoraggiare invece la pluralità espressiva degli architetti e delle comunità locali. Ribaltare oggi quel principio per decreto significa allinearsi a una mentalità da edilizia di regime. La lezione è chiara: ogni volta che un governo detta dall’alto i canoni estetici, la strada verso la strumentalizzazione politica e la soppressione del dissenso è già tracciata. Oggi come allora, è necessario opporsi. L’architettura deve restare un terreno di libertà, di dialogo e di invenzione, non la triste caricatura di un passato idealizzato e imposto per legge.

Questo articolo è pubblicato in l’industria delle costruzioni 497-La città che accoglie – giu/nov 2025

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