28 Ottobre 2025

Open Project. Immaginare, progettare, costruire

dalla rubrica L'INTERVISTA, a cura di Luigi Prestinenza Puglisi

La storia di Open Project è, a mio avviso, particolarmente interessante perché sfata due miti che la cultura umanistica italiana custodisce gelosamente. Il primo è che per fare un buon collettivo di architettura occorra una vocazione specifica; Open Project nasce invece per iniziativa di due ingegneri di cui uno meccanico e uno edile. I due condividono certamente l’amore per il buon costruire ma l’intento principale è fare business e, difatti, i primi lavori sono nel campo della ristorazione e dei centri commerciali. Il secondo mito è che l’architettura debba essere autoriale, possibilmente legata alla visione di una sola persona, come è il caso di Zaha Hadid, Renzo Piano, Frank O. Gehry, o comunque di un piccolo gruppo che ha una stessa visione poetica, come per esempio Herzog & de Meuron oppure MVRDV. Open Project è, invece, una società di ingegneria e non si caratterizza per una scelta formale precostituita, ma punta su una varietà di apporti che negoziano volta per volta la soluzione ritenuta migliore. Forse non poteva essere scelto un titolo migliore per la monografia che celebra i 40 anni di attività: Immaginare, Progettare, Costruire, dove immaginare e progettare sono finalizzati alla realizzazione. Eppure Open Project, a partire dall’anno della propria costituzione, cioè il 1984, ha rappresentato un importante punto di riferimento, soprattutto nell’area bolognese dove ha sede. A caratterizzarlo è l’attenzione alla tecnologia e, direi, la fede nella modernità, come esprimono le parole “open” e “project”, connotando un atteggiamento di apertura e insieme di continuità. Da qui il rifiuto dell’arbitrio per una tecnologia mai esagerata e muscolare ma comunque in controtendenza rispetto allo storicismo della cultura della conservazione che ha in Bologna la sua capitale. Fede nella modernità, nel senso di attenzione alla funzionalità, all’economia e, oggi, agli aspetti ecologici ed energetici, evitando il vernacolare o le soluzioni romantiche e puntando a edifici che si rifanno, appunto, alla tradizione del moderno, quali per esempio il mercato ortofrutticolo di Genova, la torre Unipol a Bologna, lo studentato in via Gramsci a Bologna o i recenti restauri, tra i quali quello notevole tra Porta Lame e Porta San Felice, sempre a Bologna, per la nuova sede di Open Project.

Immagini dei nuovi uffici di Open Project a Bologna, all’interno di un complesso architettonico del XVI secolo, che un tempo era la Chiesa di S.S. Trinità con annesso oratorio e ospedale. L’intervento di Open Project si è focalizzato sull’ equilibrio tra rinnovamento e rispetto dell’antico, per creare un ambiente contemporaneo e allo stesso tempo a valorizzare l’importante stratificazione storica. Foto: Vincenzo Ruocco

Questo articolo è pubblicato in l’industria delle costruzioni 497 – La città che accoglie – giu/nov 2025

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