La storia di Open Project è, a mio avviso, particolarmente interessante perché sfata due miti che la
cultura umanistica italiana custodisce gelosamente.
Il primo è che per fare un buon collettivo di architettura occorra una vocazione specifica; Open
Project nasce invece per iniziativa di due ingegneri di cui uno meccanico e uno edile. I due
condividono certamente l’amore per il buon costruire ma l’intento principale è fare business e, difatti, i
primi lavori sono nel campo della ristorazione e dei centri commerciali.
Il secondo mito è che l’architettura debba essere autoriale, possibilmente legata alla visione di una
sola persona, come è il caso di Zaha Hadid, Renzo Piano, Frank O. Gehry, o comunque di un piccolo
gruppo che ha una stessa visione poetica, come per esempio Herzog & de Meuron oppure MVRDV.
Open Project è, invece, una società di ingegneria e non si caratterizza per una scelta formale
precostituita, ma punta su una varietà di apporti che negoziano volta per volta la soluzione ritenuta
migliore. Forse non poteva essere scelto un titolo migliore per la monografia che celebra i 40 anni di
attività: Immaginare, Progettare, Costruire, dove immaginare e progettare sono finalizzati alla
realizzazione. Eppure Open Project, a partire dall’anno della propria costituzione, cioè il 1984, ha
rappresentato un importante punto di riferimento, soprattutto nell’area bolognese dove ha sede.
A caratterizzarlo è l’attenzione alla tecnologia e, direi, la fede nella modernità, come esprimono le
parole “open” e “project”, connotando un atteggiamento di apertura e insieme di continuità.
Da qui il rifiuto dell’arbitrio per una tecnologia mai esagerata e muscolare ma comunque in
controtendenza rispetto allo storicismo della cultura della conservazione che ha in Bologna la sua
capitale. Fede nella modernità, nel senso di attenzione alla funzionalità, all’economia e, oggi, agli
aspetti ecologici ed energetici, evitando il vernacolare o le soluzioni romantiche e puntando a edifici
che si rifanno, appunto, alla tradizione del moderno, quali per esempio il mercato ortofrutticolo di
Genova, la torre Unipol a Bologna, lo studentato in via Gramsci a Bologna o i recenti restauri, tra i
quali quello notevole tra Porta Lame e Porta San Felice, sempre a Bologna, per la nuova sede di
Open Project.