28 March 2026

Nemesi. Lo spazio come luogo di relazione e complessità

dalla rubrica L'INTERVISTA, a cura di Luigi Prestinenza Puglisi

Gli architetti italiani sono ossessionati dalla ricerca della bellezza intesa come eleganza, equilibrio armonia e, nello stesso tempo, dal suo perseguimento con il minimo rischio. È difficile, infatti, trovare studi di architettura che sperimentino forme inconsuete e materiali nuovi. Nemesi è una delle poche eccezioni. Al bello preferisce il sublime, alle composizioni chiuse ed equilibrate quelle aperte e dinamiche, al consueto l’inconsueto. Lo fa perché crede nella ricerca spaziale e cioè nel fatto che un buon edificio debba generare nuove prospettive, far vedere il mondo da un originale punto di vista. Questo approccio inquieto e sperimentale lo si nota sin dalle prime opere del gruppo. Per esempio nel ristorante Duke’s realizzato a Roma alla fine degli anni Novanta quando Nemesi era composto, oltre che da Michele Molè, da Claudia Clemente (che poi si separerà per costituire Labics mentre a Nemesi si assocerà Susanna Tradati, che diventerà partner dello studio). Nel Duke’s si respira il nuovo stile decostruttivista, sia pure attraverso alcuni filtri specifici della cultura romana, quali l’attenzione al contesto, l’amore per un linguaggio d’importazione ma comunque colto e forbito, la presenza di riferimenti storici. Si nota anche l’attrazione per l’esperienza angelena e, in particolare, per i contrasti plastici di Tom Mayne e di Morphosis. Influsso che nel tempo si trasformerà in collaborazione professionale in alcuni importanti progetti quale, per esempio, la nuova sede Eni a Milano, il cui concorso è del 2011.Che Nemesi fosse uno dei più dotati studi operanti in Italia, se ne ebbe conferma già con la inaugurazione della chiesa di Santa Maria della Presentazione, al Quartaccio, Roma (2002). Un’opera ampia e, insieme, possente e leggera caratterizzata da una grande e sottile tettoia nel cui interno si articolano spazi e percorsi ispirati al tema della promenade architecturale. Occasione di grande visibilità è anche il Padiglione Italia per l’Expo del 2015 a Milano, un progetto risultato vincitore, tra 68 partecipanti, nel concorso del 2013 e realizzato con tempi minimi, almeno secondo gli standard italiani. L’edificio rappresenta un esperimento, quasi unico in Italia, consistente nell’utilizzare tecniche di progettazione evolute nell’industria edilizia, dove la varietà prevale sulla ripetizione grazie all’utilizzo di macchine a controllo numerico. Vi è poi il recente PM23, il nuovo spazio culturale della Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti, situato nel cuore della Capitale e inaugurato da pochi mesi. Dedicato alla cultura visiva, il PM23 si propone di intrecciare linguaggi architettonici, visioni artistiche e progettualità. Mostra l’abilità dello studio Nemesi di saper lavorare, con opere di grande tensione spaziale, anche in contesti difficili, come il centro storico di Roma. Infine vi sono i progetti, sempre più numerosi, realizzati fuori Italia, fedeli ai principi estetici che abbiamo cercato di delineare.

Padiglione Italia Expo del 2015 a Milano, 2015. Contractor: Italiana Costruzioni. Sopra, immagini di cantiere. Sotto, viste esterna e interna del Padiglione durante la manifestazione

Questo articolo è pubblicato in l’industria delle costruzioni 498 – Nuovi modi dell’abitare – dic/mag 2025

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