15 Ottobre 2025

The New Kharkhorum City. Il progetto visionario di Sergio Bianchi per la nuova capitale della Mongolia

dalla rubrica ARGOMENTI

Sergio Bianchi, classe 1967, è uno dei pochi architetti italiani della sua generazione che crede che l’architettura debba essere, in prima istanza, visionaria. Tali sono infatti tutte le opere, notevoli, che ha realizzato con il suo studio professionale, aperto dal 1997, per esempio la casa a Bellegra, nella campagna romana, che gli aveva commissionato, a seguito di un concorso, Nicola De Risi, segretario dell’Istituto Nazionale di Architettura. Una casa che ha suscitato un notevole interesse critico per la straordinaria abilità di integrarsi nel luogo, evitando compromessi vernacolari. Ad interessare Sergio Bianchi sono i concorsi di progettazione che chiedono un approccio ambientale innovativo per risolvere problemi complessi e che, proprio perché possono generare risposte non convenzionali, hanno ricadute sul nostro modo di vedere l’architettura e l’urbanistica del prossimo futuro; per esempio la costruzione di un habitat lunare orbitante, che mette all’ordine del giorno il problema delle risorse primarie per la vita, oppure la base in Texas in cui l’architettura deve confrontarsi con il buon funzionamento dei missili spaziali, oppure, ancora, la realizzazione della Free Republic of Liberland al confine serbo- curdo: uno stato nuovo, con un territorio minimo e posto in un contesto ambientale difficile e politicamente ostile. “Crediamo – sostiene Bianchi – che la libertà non dovrebbe essere limitata all’umanità, ma dovrebbe applicarsi all’intero regno vivente, nel tentativo di perseguire un equilibrio più ampio e più felice in questa straordinaria simbiosi in cui viviamo”. La terra, quindi, va tutelata e non occupata e sfruttata, anche per rispettare le altre specie viventi. Ma come fare? La risposta la fornisce Luigi Pellegrin (1925-2001), il grande architetto visionario di cui Bianchi è stato il miglior allievo.

Veduta aerea del progetto inserito nel paesaggio e masterplan

Occorre che l’habitat – letteralmente – voli sul terreno, lasciandolo libero. È la vecchia idea dei pilotis di Le Corbusier, portata alle estreme conseguenze. Il progetto che qui presentiamo è il concorso per la nuova capitale della Mongolia, New Kharkorum City. Un lavoro per il quale la salvaguardia del suolo, oltre che da ragioni ecologiche e ambientali, è richiesta dal vincolo del mantenimento delle tradizioni e dei costumi nomadi. “L’idea fondamentale del progetto – racconta Sergio Bianchi – è liberare il suolo. La città sarà elevata su pilastri e piattaforme, mantenendo il terreno sottostante libero e accessibile. Il design rispetta le tradizioni nomadi mongole, preservando il loro legame con la terra. La città sarà alimentata da energie rinnovabili avanzate per minimizzare l’impatto ambientale, garantendo allo stesso tempo sostenibilità e rispetto ecologico”. New Kharkorum City è organizzata su quattro livelli: il livello del suolo lasciato a verde; il sistema dei treni a quota +5 metri, con sei linee di metro e una ferroviaria; il sistema delle strade carrabili, con il traffico veicolare posto a quota +15 metri e, infine, la piattaforma principale della città, completamente pedonale, a quota +25 metri. La città di Kharkhorum è ideata seguendo il principio urbanistico dei quindici minuti. I servizi essenziali e i principali punti di interesse sono raggiungibili entro tale tempo utilizzando i mezzi pubblici. Segno che utopia e realismo, approccio tradizionale e innovativo possono andare d’accordo, anzi, integrarsi perfettamente. Essere visionari, ci insegna Sergio Bianchi, è l’unico modo oggi accettabile per porci di fronte alla realtà.

Render di alcuni dei sette distretti in cui è suddivisa la città (oltre alla città storica)

Questo articolo è pubblicato in l’industria delle costruzioni 497-La città che accoglie – giu/nov 2025

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