Sergio Bianchi, classe 1967, è uno dei pochi
architetti italiani della sua generazione che crede
che l’architettura debba essere, in prima istanza,
visionaria. Tali sono infatti tutte le opere,
notevoli, che ha realizzato con il suo studio
professionale, aperto dal 1997, per esempio la
casa a Bellegra, nella campagna romana, che gli
aveva commissionato, a seguito di un concorso,
Nicola De Risi, segretario dell’Istituto Nazionale
di Architettura. Una casa che ha suscitato un
notevole interesse critico per la straordinaria
abilità di integrarsi nel luogo, evitando
compromessi vernacolari. Ad interessare Sergio
Bianchi sono i concorsi di progettazione che
chiedono un approccio ambientale innovativo
per risolvere problemi complessi e che, proprio
perché possono generare risposte non
convenzionali, hanno ricadute sul nostro modo di
vedere l’architettura e l’urbanistica del prossimo
futuro; per esempio la costruzione di un habitat
lunare orbitante, che mette all’ordine del giorno
il problema delle risorse primarie per la vita,
oppure la base in Texas in cui l’architettura deve
confrontarsi con il buon funzionamento dei
missili spaziali, oppure, ancora, la realizzazione
della Free Republic of Liberland al confine serbo-
curdo: uno stato nuovo, con un territorio minimo
e posto in un contesto ambientale difficile e
politicamente ostile.
“Crediamo – sostiene Bianchi – che la libertà
non dovrebbe essere limitata all’umanità, ma
dovrebbe applicarsi all’intero regno vivente, nel
tentativo di perseguire un equilibrio più ampio e
più felice in questa straordinaria simbiosi in cui
viviamo”. La terra, quindi, va tutelata e non
occupata e sfruttata, anche per rispettare le altre
specie viventi.
Ma come fare? La risposta la fornisce Luigi
Pellegrin (1925-2001), il grande architetto
visionario di cui Bianchi è stato il miglior allievo.