Nelle
mappe distribuite negli uffici comunali, quelle
che descrivono Roma capitale, è raffigurato
soltanto il centro storico: il palazzo della
Farnesina e la vasta ansa nord del Tevere sono
assenti, come se non esistessero.
È innegabile che nell’immaginario collettivo,
Roma è sempre la grande culla del mondo
antico, un prezioso scrigno di antichi monumenti
e capolavori, chiuso nel perimetro del centro
storico, oltre il quale si estenderebbe una
periferia senza storia né fascino.
Ma potevamo davvero pensarla così? Dovevamo
ridurre a una mera appendice l’ingresso
monumentale di Roma, là dove la via Cassia e la
via Flaminia, dopo aver visto passare condottieri
e imperatori vittoriosi, papi e grandi figure della
storia, giungevano a Ponte Milvio?
Lì dove il visitatore si trova all’improvviso dinanzi
a un paesaggio di suggestiva bellezza: Monte
Mario con i suoi boschi e il verde rigoglioso a
destra, Monte Antenne e Villa Glori a sinistra.
Dove può affacciarsi sul Tevere che scorre
libero, senza muraglioni a soffocarne il respiro,
incorniciato da una natura ricca e lussureggiante,
quasi un’oasi segreta.
Ci sembrò evidente che occorreva osservare
con uno sguardo nuovo il Palazzo della
Farnesina e il territorio circostante.
Nessuno dei miei colleghi conosceva davvero la
storia di quell’edificio. Tutti lo ritenevano
progettato e completato prima della Seconda
guerra mondiale per una funzione amministrativa
poco diversa da quella attuale.
Chiesi a Paolo Portoghesi di ricostruirne
l’evoluzione, svelando a noi diplomatici il suo
singolare destino. Progettato dagli architetti
Enrico Del Debbio, Vittorio Ballio Morpurgo e
Arnaldo Foschini, il palazzo fu al centro di un
lungo dibattito sulla sua collocazione:
inizialmente destinato ai Fori Imperiali, poi
previsto lungo il viale Aventino, trovò infine la
sua sede definitiva nell’area della Farnesina, a
fianco al Foro Italico completato in quegli anni.
I lavori iniziarono nel 1939, ma la guerra li
interruppe nel 1943. Solo nel 1956, con il nuovo
governo repubblicano, si decise di completarli,
riaffidando l’incarico agli stessi architetti e
confermandone la destinazione a sede del
Ministero degli Affari Esteri. Il nostro ministero si
rivelava così una cerniera temporale tra due
epoche, un ponte sospeso tra la prima e la
seconda metà del secolo.