B.F. La Biennale Architettura 2025 propone
come centro metodologico la transdisciplinarità;
potenzialità che può consentire all’architettura di
uscire dal suo isolamento specialistico per
affrontare la complessità del contemporaneo. Gli
interventi di trasformazione dei nostri ambienti di
vita necessitano soprattutto di consapevolezza
degli strumenti comunicativi, sociologici e
tecnologici, per rispondere alle grandi sfide e
crisi epocali: da quella climatica, alle migrazioni,
alle guerre. Puoi delinearci come verrà attuata?
C.R. Questa Biennale Architettura parte proprio
da qui. La nostra risposta è una
transdisciplinarità che supera la semplice
sovrapposizione di competenze diverse per dar
vita a nuove pratiche progettuali integrate.
Attraverso la nostra call aperta, Space for Ideas,
abbiamo coinvolto oltre 750 partecipanti in team
dove gli architetti lavorano fianco a fianco con
climatologi, designer, microbiologi,
programmatori, data scientists, falegnami,
operatori di comunità e stilisti. Un esempio fra
tanti: in Ucraina, un gruppo di ricerca – con
Kateryna Lopatiuk, Herman Mitish, Roman
Puchko, Oleksandr Sirous e Orest Yaremchuk –
utilizza algoritmi di visione artificiale per
mappare e ricostruire città devastate dalla
guerra, rivelando la tecnologia come potente
strumento di pace. Oppure il progetto Palm onto
intelligens, dove le conoscenze indigene amazzoniche incontrano architettura e scienza
climatica per ripensare le modalità abitative
contemporanee con sensibilità ecologica
radicale. In tale contesto, l’architetto non è più
autore solitario, ma direttore d’orchestra di una
composizione complessa e polifonica. Questo
richiede anche un cambio nei meccanismi di
autorialità. Intelligens mette in discussione la
tradizione dell’architetto come unico autore, con
gli altri professionisti relegati a ruoli di supporto.
Proponiamo un modello di autorialità più
inclusivo, ispirato alla ricerca scientifica. Nel
tempo dell’adattamento, tutte le voci che
contribuiscono al progetto devono essere
riconosciute e accreditate.
B.F. In un recente contributo, il filosofo Aldo
Colonetti ha affermato: «L’architettura non deve
essere più una disciplina autoreferenziale ma
deve caricarsi di responsabilità». Tutto ciò mi
sembra in sintonia con la tua linea di ricerca. Sei
d’accordo?
C.R. Assolutamente. L’architettura per troppo
tempo ha parlato soprattutto con se stessa.
Dobbiamo aprire il campo, radicalmente. Un
piccolo gesto, forse simbolico ma importante, è
stato conferire per la prima volta il titolo di
“partecipanti” non solo agli architetti ma anche ai
contadini, programmatori, climatologi, idrologi;
tutte quelle figure che hanno effettivamente
contribuito ai progetti esposti. E questo li rende
eleggibili al Leone d’Oro!