21 Luglio 2025

Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva. Intervista a Carlo Ratti, curatore della 19. Mostra internazionale di Architettura di Venezia

dalla rubrica ARGOMENTI

B.F. La Biennale Architettura 2025 propone come centro metodologico la transdisciplinarità; potenzialità che può consentire all’architettura di uscire dal suo isolamento specialistico per affrontare la complessità del contemporaneo. Gli interventi di trasformazione dei nostri ambienti di vita necessitano soprattutto di consapevolezza degli strumenti comunicativi, sociologici e tecnologici, per rispondere alle grandi sfide e crisi epocali: da quella climatica, alle migrazioni, alle guerre. Puoi delinearci come verrà attuata? C.R. Questa Biennale Architettura parte proprio da qui. La nostra risposta è una transdisciplinarità che supera la semplice sovrapposizione di competenze diverse per dar vita a nuove pratiche progettuali integrate. Attraverso la nostra call aperta, Space for Ideas, abbiamo coinvolto oltre 750 partecipanti in team dove gli architetti lavorano fianco a fianco con climatologi, designer, microbiologi, programmatori, data scientists, falegnami, operatori di comunità e stilisti. Un esempio fra tanti: in Ucraina, un gruppo di ricerca – con Kateryna Lopatiuk, Herman Mitish, Roman Puchko, Oleksandr Sirous e Orest Yaremchuk – utilizza algoritmi di visione artificiale per mappare e ricostruire città devastate dalla guerra, rivelando la tecnologia come potente strumento di pace. Oppure il progetto Palm onto intelligens, dove le conoscenze indigene amazzoniche incontrano architettura e scienza climatica per ripensare le modalità abitative contemporanee con sensibilità ecologica radicale. In tale contesto, l’architetto non è più autore solitario, ma direttore d’orchestra di una composizione complessa e polifonica. Questo richiede anche un cambio nei meccanismi di autorialità. Intelligens mette in discussione la tradizione dell’architetto come unico autore, con gli altri professionisti relegati a ruoli di supporto. Proponiamo un modello di autorialità più inclusivo, ispirato alla ricerca scientifica. Nel tempo dell’adattamento, tutte le voci che contribuiscono al progetto devono essere riconosciute e accreditate. B.F. In un recente contributo, il filosofo Aldo Colonetti ha affermato: «L’architettura non deve essere più una disciplina autoreferenziale ma deve caricarsi di responsabilità». Tutto ciò mi sembra in sintonia con la tua linea di ricerca. Sei d’accordo? C.R. Assolutamente. L’architettura per troppo tempo ha parlato soprattutto con se stessa. Dobbiamo aprire il campo, radicalmente. Un piccolo gesto, forse simbolico ma importante, è stato conferire per la prima volta il titolo di “partecipanti” non solo agli architetti ma anche ai contadini, programmatori, climatologi, idrologi; tutte quelle figure che hanno effettivamente contribuito ai progetti esposti. E questo li rende eleggibili al Leone d’Oro!

In apertura, la mostra all’interno delle Corderie dell’Arsenale. Foto: Andrea Avezzù, courtesy La Biennale di Venezia. A sinistra, Internalities: Architectures for Territorial Equilibrium, padiglione della Spagna a cura di Roi Salgueiro and Manuel Bouzas. Foto: Luca Capuano, courtesy La Biennale di Venezia. A destra, Necto. SO-IL, Mariana Popescu, TheGreenEyl, Riley Watts. Foto: Marco Zorzanello, courtesy La Biennale di Venezia

Questo articolo è pubblicato in l’industria delle costruzioni 497 -La città che accoglie – giu/nov 2025

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